Chapterando...

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28 settembre 2026

Come l'amore per il cibo può cambiare la vita dei giovani ragazzi: le storie di Sabahat, Jean e Yuri


Sabahat ha vent'anni, è nata in Pakistan e vive a Milano. Jean in Italia ci è arrivato nel 2021, quando aveva 15 anni. Arrivava dalla Guinea, e durante la traversata verso un futuro più felice, prima di arrivare a Lampedusa, il mare si è portato via suo fratello. Yuri è il più grande: è di Calvisano, in provincia di Brescia, e per ventiquattro anni non sapeva bene che direzione percorrere per costruire il suo futuro.

Sabahat, Jean e Yuri. Storie diverse, che si incrociano nel cibo, capace di diventare passione e poi professione, diventando motore per una rinascita personale e professionale. Le vite di Sabahat, Jean e Yuri si sono incrociate alla Scuola di Fondazione Barilla, nata nel 2023 proprio per offrire a giovani provenienti da contesti di fragilità economica un percorso di formazione e inclusione sociale attraverso il lavoro, con particolare attenzione al mondo della cucina e della ristorazione del futuro. In realtà per questi ragazzi il progetto è stato molto più che una scuola professionale, è stato il bivio che gli ha permesso di ripartire prendendo in mano le loro giovani vite.

Sabahat è arrivata in Italia insieme a suo fratello per seguire suo padre, che da tempo viveva a Milano. Mamma è ancora in Pakistan, racconta. «Sta aspettando i documenti». In Italia non ci voleva venire, abbandonando la sua vita, i suoi amici, tutto quanto per un luogo che parlava una lingua incomprensibile, e che non si sapeva cosa le avrebbe offerto. «Però ora mi sento più in famiglia qua che lì: ogni persona che ho incontrato alla Scuola di Fondazione Barilla ha un posto speciale dentro di me, con loro sono cresciuta, abbiamo condiviso la vita di tutti i giorni». Ora Sabahat lavora da Gesto, un bel locale contemporaneo a gestione femminile. Lì ha portato quello che ha imparato a scuola, con insegnanti del calibro di Stefano Guizzetti, Alfio Ghezzi o Alberto Gipponi, il preferito di Sabahat.

Da quando è arrivato in Italia, Jean ha provato faticosamente a costruirsi un futuro. A imparare una lingua nuova, ad ambientarsi, a costruire relazioni all'interno della comunità di accoglienza per minori stranieri dove si trovava. Il tutto, con il peso di un passato doloroso. La cucina è stato un mezzo per salvarsi, per tentare di trovare il proprio posto nel mondo, anche se lontano da casa. La scuola alberghiera prima, la Scuola di Fondazione Barilla poi. «Ricordo in particolare il primo giorno, quando lo chef ci ha insegnato le basi del lavoro in cucina: come tagliare le verdure, come preparare un’amatriciana, come impugnare correttamente un coltello e come comportarsi in cucina». Oggi Jean vive a Bari, in un appartamento in affitto. Lavora come cuoco nel bistrot di Megamark, ed è in Italia da solo. Sua sorella è rimasta in Guinea; i suoi genitori sono scomparsi nel 2016. Sogna, un giorno, di diventare chef, e di aprire il suo ristorante.

Yuri è il più piccolo di tre fratelli. Ha provato a studiare, ma ha capito presto che non era la sua strada. Almeno, non quella che voleva lui. «Voglio lavorare», ha detto a sedici anni. E quindi basta libri e via a tagliar carne nella macelleria di famiglia, finché l'attività non è fallita. Yuri, dopo, ha provato a essere tante cose: saldatore, muratore, idraulico. In negozio, in cantiere, in giro, con il sogno però di entrare in una cucina.

«Il mio cervello diceva: tu da qui devi andartene»: così, a 25 anni, viene selezionato per partecipare alla Scuola di Fondazione Barilla. A Parma impara, ascolta, studia perfino, quello che aveva scelto di non fare più dieci anni prima. E invece, come spesso capita, bastava studiare l'argomento giusto. Fa amicizia, cresce, esce da quel tossico loop psicologico in cui l'aveva costretto una situazione economica fragile e una successione infinita di lavori brevi. E alla fine ne trova uno stabile, alla cucina della gastronomia di un supermercato Esselunga di Curno, in provincia di Bergamo, dove Yuri vive insieme a suo fratello. L’esperienza nella Scuola di Fondazione Barilla è stata così significativa che Yuri ha deciso di renderla parte della propria storia anche attraverso un tatuaggio sull’avambraccio. Il tatuaggio riprende una frase nata tra i ragazzi verso la fine del corso, «Può non finire?», e si ispira anche alla canzone Estate dei Negramaro. Yuri ha scelto di tatuarsi: «Speravo potesse non finire».

https://www.vanityfair.it/article/scuola-cucina-fondazione-barilla-ragazzi-e-ragazze-storie